Pubblicato da fuoricampo su 15 Febbraio 2009
(388gt) Nice guys finish first (by Monte Irvin e James A. Riley)
Per chi non l’ha vissuto è veramente difficile da credersi. Ed a volte le testimonianze ed i libri non sono riusciti pienamente a dare l’idea di cosa abbia significato la segregazione e il razzismo strisciante che hanno torturato la vita quotidiana della società americana fino ad ancor pochi anni fa. Il celebrato Monte Irvin con la sua autobiografia ha voluto darci un contributo di coraggio, forza, pazienza e signorilità in cui ha chiaramente descritto attraverso quali controversie è dovuto transitare per riuscire ad attingere ai livelli di eccellenza a cui è arrivato. E che sono culminati con il trionfo nelle World Series del 1954 e con l’introduzione nella Hall of Fame nel 1973. Irvin con grande lucidità descrive i tempi della discriminazione nella Negro League in cui militò sempre con i Newark Eagles di Abe ed Effa Manley ed in cui assurse ai massimi livelli del baseball statunitense assieme a calibri come Josh Gibson, Ray Dandridge e Satchel Paige. E quando temeva di non riuscirci eccolo rilasciato (clamoroso errore!!!) dai Brooklyn Dodgers di Branch Rickey ed arrivare alla corte dei New York Giants del rissoso e provocatorio Leo Durocher. Oltre mezzo secolo di vita nel baseball, un’immagine di educazione e bontà infinita e mai macchiata da alcun gesto di maleducazione o aggressività. Nessuno ha mai potuto parlare male di Monte Irvin, a differenza di Jackie Robinson ad esempio di cui lo stesso Irvin tratta nel libro rivelandoci alcuni fatti poco noti. E di Jackie il nostro Irvin ammette: “sono stato invidioso del fatto che sia stato lui a rompere la Color Barrier. Dovevo essere io e non lui. Ma lui è stato un grande”.
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Pubblicato da fuoricampo su 8 Febbraio 2009
(372gt) Praying for Gil Hodges
A memoir of the 1955 World Series and one’s family love of the Brooklyn Dodgers
(scritto da Thomas Oliphant, edito da Thomas Dunne Books/St. Martin’s Griffin)
Da uno dei più famosi corrispondenti del Boston Globe, un libro meraviglioso. Thomas Oliphant torna alla sua gioventù, esattamente ai suoi 9 anni di età, per raccontare come visse quelle World Series del 1955 assieme al padre ed alla madre nel piccolissimo appartamento di Brooklyn dove vivevano. Una passione memorabile per i Brooklyn Dodgers, “la squadra di chiunque”, un grande feeling familiare, i tempi difficilissimi del secondo dopoguerra in cui i sacrifici erano all’ordine del giorno nella stragrande maggioranza della popolazione statunitense martoriata da Guerra Fredda e Maccartismo, inutili e senza alcun legame con la realtà. Così visse Thomas Oliphant quegli anni davanti a “Scarlet”, il televisore regalato da Mr. Weaver (il padre della futura attrice Sigourney Weaver), sedendosi spesso al pianoforte dove poté esercitarsi sia nella musica che nel canto e vicino alla radio in cui la voce di Red Barber prima e poi quella di Vin Scully portarono in tutte le abitazioni le gesta dei Bums sempre proiettate verso la speranza di riuscire a vincere quelle maledette ed elusive World Series. Ed in questa famiglia liberal il sogno del trionfo alle World Series, l’amore per il baseball e la quotidianità affrontata con grande amore reciproco e dignità scolpirono indimenticabili segmenti di vita comune. Thomas Oliphant ha così voluto ricordare tutto ciò regalandoci un raro tocco di gradevolezza e flashback sociale e sportivo di un tempo, anche leggendario se vogliamo, che non tornerà più.
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Pubblicato da fuoricampo su 31 Gennaio 2009
(344gt) BROOKLYN REMEMBERED The 1955 days of the Dodgers (scritto da Maury Allen)
Tutto potrebbe più semplicemente venire riassunto con l’ultima frase del libro. Lo scrittore conclude il suo lungo excursus sul leggendario trionfo del 4 ottobre 1955 e riflette aggiungendo che nessuno si sarebbe immaginato che solo due anni dopo Brooklyn sarebbe stata scambiata per Los Angeles. Al che aggiunge: “Who cares? It can never be taken away from us“. Proprio così. Il trionfo del 1955 non lo potrà mai portare via nessuno dai cuori e dalle menti di chi ha amato ed ancora ama quell’impareggiabile ed unica saga brooklyniana. E mosso da tutto ciò Maury Allen ha voluto ripercorrere le carriere di chi allora componeva la squadra e lo staff. Interviste agli undici superstiti di quei Dodgers del 1955 (il libro è stato scritto alla fine del 2004…) e decine di testimonianze di avversari, abitanti di Brooklyn, ex-dirigenti ecc ecc ci danno la perfetta idea di cosa fosse allora “sentire i Dodgers” nell’ancora incompiuto sogno di vederli finalmente vincere le World Series. Per diverse persone infatti quel successo ha rappresentato un qualcosa di talmente intimo da condizionarne anche la vita in un ricordo addirittura quotidiano tramandatosi per mezzo secolo. Protagonisti che chiedono di potere essere un giorno seppelliti con “quell’anello conquistato nel 1955″ per potere rimanere per sempre legati a quell’epopea, a quegli anni ‘50 difficoltosi dove non era facile vivere nemmeno negli Stati Uniti ma in cui il senso di appartenenza risultò un collante ed un fattore di aggregazione sociale stupefacente. Non di meno.
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Pubblicato da fuoricampo su 22 Gennaio 2009
(293gt) South of the Color Barrier
“How Jorge Pasquel and the Mexican League pushed baseball toward racial integration”
C’era una volta il multimiliardario messicano Jorge Pasquel. Un dinamico, poliedrico e controverso personaggio nativo di Veracruz, che capendo di essere anni luce avanti anche ai padroni dei club di Major League, decise di creare la “sua” lega nel “suo” paese inizialmente mettendo sotto contratto fior fiore di giocatori discriminati per via del colore della pelle per poi attirare anche esseri umani dalla pelle bianchissima. Perché pecunia non olet e Jorge Pasquel alla fine degli anni ‘30 dello scorso secolo era l’uomo più potente del suo paese, peraltro amicone dei vari presidenti di turno della Repubblica. Dagli Azules de Veracruz a Ray Dandridge, da Monte Irvin a Martín Dihigo, da Ramón Bragaña agli Alijadores de Tampico, da Josh Gibson a Sal Maglie: per un decennio le irrinunciabili offerte di Pasquel e dei suoi quattro fratelli contribuirono a costruire la Liga Mexicana de Béisbol ed a farne un’organizzazione che sfidò le razziste franchigie della MLB troppo legate a vecchi canoni gestionali e culturali e che, per non perdere assi del calibro di Stan Musial, Ted Williams ecc dovettero cambiare parte delle loro policies. Ne seguì anche, nel 1947, il crollo della barriera di colore con l’arrivo del leggendario Jackie Robinson ai Brooklyn Dodgers. Tra gesta di machismo, donne stupende, fiumi di denaro, un amore infinito per il baseball e la difesa del proprio orgullo latino fu questa l’esistenza di Jorge Pasquel. Capace anche di ammazzare un provocatore in un regolare duello con la pistola…
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Pubblicato da fuoricampo su 18 Gennaio 2009
(260gt) Capire il fenomeno “pelota” a Cuba non è mai stato facile per nessuno, a volte nemmeno per chi ha voluto frequentare la gente di tutti i giorni nei barrios oltre a contattare i tanti campioni celebrati che sono stati prodotti dall’infinita ed innata classe del béisbol locale. Milton Jamail ci ha provato facendo varie ricerche, che inizialmente non volevano essere riassunte in un libro, e scoprendo un innato amore isolano per il baseball tanto da contagiarlo e renderlo uno dei massimi esperti statunitensi di questo sport a Cuba. I rapporti molto spesso tesi con gli Stati Uniti, l’adozione del baseball quale sport identificativo della “cubanità” opposto al rifiuto del calcio che gli invasori spagnoli avevano tentato di massificare, la rivoluzione castrista e la nascita dell’ Era Amateur, le dolorose defezioni di molteplici assi che volevano cambiare esistenza e tanto altro ancora sono le tematiche affrontate da questo professore dell’Università del Texas di Austin in un susseguirsi coinvolgente di dati, considerazioni, analisi sociali e politiche che aiutano il lettore a meglio addentrarsi nel mondo sociale e sportivo di Cuba. Perché senza il baseball non ci sarebbe Cuba e senza Cuba non ci sarebbe il baseball…
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Pubblicato da fuoricampo su 2 Gennaio 2009
(160gt) Oramai è conosciuto in tutto l’orbe terracqueo per la sua profonda conoscenza e passione per il baseball ed in particolare per quello cubano. Ma non è un cubano bensì uno statunitense. Ma di quelli intelligenti, acuti, amanti della storia sportiva che hanno capito che attraverso essa si riescono a capire i popoli e i loro costumi ed ambiti folkloristici. Perché se si arriva a capire il baseball cubano si capisce molto di Cuba e della sua gente e lo stesso dicasi per il Messico o gli stessi Stati Uniti, ad esempio. E così Bjarkman ha pensato bene di pubblicare un anno fa una sua versione della storia del baseball cubano dal titolo “A History of Cuban Baseball 1864-2006″. E che a differenza di altre celebrate come quelle di Roberto Echevarría, Angel Torres e Jorge S. Figueredo contiene anche approfondimenti storico e statistici su quanto avvenuto nell’isola dal 1962 in poi quando è iniziato il periodo Amateur della pelota cubana y revolucionaria. Proprio per gli ultimi quarantaquattro anni, dal 1962 al 2006, Bjarkman ci spiega come sia cambiato l’approccio culturale verso il nuovo sistema del béisbol organizzato a Cuba e come la nazionale ed i suoi astri si sia imposta all’attenzione mondiale a suon di vittorie raramente frammezzate da secondi posti. Un’efficienza qualitativa davvero impressionante frutto di un profondo lavoro di scrematura dei migliori talenti prodotti da una fabbrica inesauribile che ci ha dato leggende come Omar Linares o Orestes Kindelan, i due Mesa, Vinent, Marquetti, Pedro Lazo, Norge Vera, Adiel Palma ma anche “El Duque” Hernández e tutta una sfilza incredibile di assi che hanno meravigliato i diamanti di mezzo mondo. La saga quindi comprende tutto degli ultimi centoquarant’anni dall’inizio presunto al campo de Palmar de Junco con lo storico incontro tra Habana e Matanzas ai primi campionati di fine ottocento per poi prendere in considerazione l’arrivo di tante stelle respinte dalla Major League, causa il colore della pelle, e la nascita del campionato professionistico con i leggendari club di Habana, Almendares, Cienfuegos e Marianao. Un’ottima sezione statistica e continui riferimenti bibliografici rendono l’opera unica e meravigliosa al tempo stessa. Insomma, da Pete non potevamo attenderci che un capolavoro. Detto e fatto.
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